Intervista: Francesca Di Maolo
L’attualità del carisma francescano
Il carisma oggi
A ottocento anni da San Francesco, che cosa significa oggi, in termini concreti, il carisma francescano?
A ottocento anni dalla morte di San Francesco, il carisma francescano mantiene una capacità rara: leggere il presente. E oggi, in termini concreti, passa anzitutto attraverso la fragilità. Non per esaltarla in astratto, né per farne un’ideologia del dolore, ma per riconoscere che proprio lì, dove l’umanità è ferita e vulnerabile, si rivela qualcosa di decisivo sull’uomo, sulle relazioni, sulla convivenza.
La fragilità non è un elemento marginale nella vicenda di Francesco: è il luogo in cui la sua conversione prende forma. Francesco non incontra Dio fuori dalla vita concreta, ma dentro ciò che inizialmente gli appare amaro, scomodo, persino respingente. L’abbraccio al lebbroso non è un semplice gesto di carità: è il momento in cui avviene un riconoscimento. La distanza si fa prossimità, la paura si fa relazione e lo scarto diventa incontro. È la persona ferita a convertirlo e a riconsegnarlo alla verità del Vangelo. L’amarezza si trasforma in dolcezza perché cambia il suo sguardo.

Questo è il cuore del carisma francescano: la fragilità non diminuisce il valore della vita, ma smonta le false misure con cui spesso la giudichiamo. In un tempo che tende a identificare la dignità con l’autonomia, l’efficienza, la capacità di produrre, Francesco impone un rovesciamento. Il valore della persona non dipende dalla sua forza o dalla sua funzionalità. Ogni vita ha un valore immenso ed è da questa verità che derivano alcune conseguenze sul piano sociale. Il carisma francescano chiede opere che mettano al centro la persona nella sua interezza, una cultura della cura che si esprima nella relazione, un’economia che includa invece di scartare, una società che non legga il limite come fallimento, ma come parte costitutiva della condizione umana.
Per questo Francesco continua a parlarci ancora, soprattutto in un mondo ferito dalla guerra, dalla solitudine, dalle disuguaglianze, dall’esclusione, e ci ricorda che la vera civiltà si misura dal modo in cui sappiamo guardare ai più fragili.
Carisma e cura
Il Serafico di Assisi è un luogo profondamente segnato dalla cura e dall’inclusione. In che modo la visione francescana prende forma nella vostra vita quotidiana?
Al Serafico la visione francescana prende forma dentro una storia concreta che nasce da un’intuizione profonda. Fu un frate francescano, San Ludovica da Casoria, a dare origine a quest’opera, lasciandosi interrogare dalla fragilità stessa di San Francesco che negli ultimi anni della sua vita era quasi del tutto cieco. Da questa esperienza nacque ad Assisi un’opera dedicata all’istruzione dei ciechi e dei sordi, persone che all’epoca non avevano accesso alla scuola. Fu un gesto di straordinaria innovazione, non solo sul piano della carità, ma anche su quello sociale.
Fin dall’inizio, dunque, il carisma ha orientato il Serafico a rispondere a bisogni non riconosciuti e alle fragilità lasciate ai margini, anticipando risposte dove ancora non esistevano. Nel tempo questo stesso carisma ci ha guidato ad aprirci sempre di più ai bisogni di salute delle persone con disabilità gravi continuando a stare su quella terra di frontiera dove altri arretrano.
Il carisma francescano ci orienta a prenderci cura della persona nella sua interezza e all’interno di una relazione.
Al Serafico questo si traduce in uno sguardo preciso: bambini, ragazzi e persone con disabilità non sono destinatari passivi di cure o di interventi educativi, ma soggetti attivi nella relazione, capaci di generare senso, di interpellare, di trasformare anche chi si prende cura di loro. E in questa prospettiva prendersi cura non significa semplicemente compiere atti tecnici, né intervenire sul limite con l’illusione di eliminarlo: se così fosse tutto ciò che è inguaribile diventerebbe anche incurabile. Prendersi cura, invece, è qualcosa di più profondo: è accompagnare la persona a vivere una vita piena. Oltre l’atto tecnico sanitario siamo chiamati a coltivare la vita e a farla fiorire attraverso tutte le dimensioni dell’esistenza: l’arte, la musica, lo sport, il lavoro, la scienza, la preghiera.
È questo il senso della nostra missione. Il nome stesso, “Serafico”, con cui i primi frati chiamavano Francesco, richiama un amore ardente, capace di sollevare e custodire la vita. Per noi significa stare accanto alla persona non solo per sostenerla nelle autonomie, ma anche per ascoltarne i desideri, riconoscerne le preferenze, aiutarla a esprimere i propri talenti, partecipare alla vita.
In questi anni abbiamo imparato che anche quando il corpo è immobile, quando sembra prigioniero del buio, del silenzio o di una grave compromissione cognitiva, esiste sempre una vita interiore che chiede di essere riconosciuta. C’è sempre un desiderio di relazione, una possibilità di espressione, una tensione verso l’altro. E noi possiamo diventare le ali di quel volo.
Sulle ali della fraternità la dignità smette di essere una parola astratta e diventa esperienza viva e ogni persona può esprimersi nella sua interezza, al di là del limite.
Questo sguardo trasforma anche il significato del lavoro di chi opera al Serafico. Non sono soltanto operatori sanitari: sono costruttori di giustizia, perché rispondono a diritti fondamentali di ogni persona; sono costruttori di democrazia, perché lavorano affinché nessuno sia escluso; sono operatori di pace, perché ogni giorno custodiscono la vita più fragile e indifesa mostrando che la pace nasce proprio dal riconoscimento del valore immenso di ogni vita.
Ma c’è un significato ancora più profondo che continua a orientare la nostra missione da oltre 155 anni: è la chiamata ad attraversare quella soglia che Francesco ha attraversato. Anche quando tutto sembra difficile o appare impossibile, siamo chiamati a non arretrare, ma a restare su quella terra di frontiera in cui altri si fermano. È lì che incontriamo la solitudine di madri e padri spesso invisibili agli occhi della società. E’ lì che impariamo a sostare e rimanere accanto, perché quando tutto sembra vano, resta sempre una possibilità che non viene mai meno: quella di essere accanto, di condividere, di stringersi in un abbraccio.
Economia e vulnerabilità
In un mondo spesso guidato dall’efficienza e dalla performance, che cosa possono insegnarci luoghi come il Serafico sulla vulnerabilità e sulla dignità?
Luoghi come il Serafico ci insegnano che la vulnerabilità non è un margine, ma un punto di osservazione privilegiato per comprendere la realtà.
È a partire dalla fragilità, infatti, che emergono con maggiore evidenza le contraddizioni del nostro sistema economico e sociale. Viviamo in un tempo in cui il progresso medico è straordinario e la speranza di vita si allunga, eppure crescono le disuguaglianze, soprattutto nelle condizioni di accesso alle cure. Questo ci dice che non basta migliorare le prestazioni: bisogna interrogarsi su chi ne beneficia davvero e su chi ne resta escluso.
La vulnerabilità mette in crisi un modello che tende a standardizzare i bisogni e a misurare il valore in termini di efficienza e performance. Ma la vita delle persone non è standard. Ogni esistenza è unica, e quando un sistema non riesce a riconoscerlo genera inevitabilmente ingiustizia.
L’esperienza del Serafico ci consegna un altro punto di partenza: la vita, nella sua interezza. La salute non può essere ridotta a una prestazione, né la cura a un costo da contenere. Prendersi cura e difendere la vita significa costruire contesti in cui nessuno venga abbandonato, soprattutto nei momenti di maggiore fragilità. Ma significa anche riconoscere che la dignità non dipende dalla funzionalità: è un dato originario, che riguarda ogni persona.
In questa prospettiva anche il welfare va ripensato: non può limitarsi a erogare prestazioni standard su bisogni standard, ma deve diventare generativo, capace di attivare risorse, sostenere le famiglie, valorizzare le relazioni, aiutare le persone a partecipare alla vita e ad esprimere i propri talenti.
C’è poi una questione culturale profonda. La nostra epoca tende a rimuovere il limite e a costruire un’idea di vita legata all’efficienza. Ma è proprio da qui che nascono le nuove forme di esclusione, spesso silenziose, che colpiscono le persone più fragili.
Il Serafico, invece, ci ricorda che non esistono vite “minori”, che ognuna ha un valore che non può essere misurato. E che una società è tanto più giusta quanto più sa prendersi cura di chi è più vulnerabile. Per queste ragioni, anche nei percorsi dell’Economy of Francesco, abbiamo sentito con forza che non può esserci un’economia giusta se non è capace di partire dalla fragilità. Non per proteggerla dall’alto, ma per riconoscerla come un criterio che orienta le scelte. Perché è da lì che si comprende davvero che cosa significa costruire un’economia al servizio della vita.
Assisi come luogo di incontro
Secondo lei, che cosa significa ospitare una conferenza accademica sull’etica economica in un luogo come il Serafico?
Ospitare una conferenza sull’etica economica in un luogo come il Serafico ha un duplice significato. In primo luogo riconosce che la dignità di ogni persona esige che i cantieri della ricerca siano sempre aperti. La ricerca, in tutti gli ambiti scientifici, non è un fatto neutro ma una responsabilità. È ciò che ci permette di sviluppare conoscenza, innovazione e risposte nuove, sempre dentro un orizzonte che tenga insieme sviluppo integrale della persona e bene comune. Senza questa tensione anche il progresso rischia di perdere la sua direzione.
Ma c’è un secondo significato, altrettanto importante: stare al Serafico significa arrivare su una frontiera, significa incontrare volti, storie e vite che ci richiedono impegno e responsabilità. Sono i volti che ci chiedono di andare oltre ciò che già esiste, di aprire nuove strade, di immaginare possibilità dove spesso si vedono solo limiti.
È questa esperienza che dà profondità anche alla riflessione accademica. Perché qui il pensiero non resta astratto, ma viene continuamente interrogato dalla realtà.
Per questo il Serafico non è solo la sede che ospita una conferenza ma è un luogo che orienta le domande. Ricorda a tutti noi che l’etica economica non può essere separata dalla vita concreta delle persone e che una società più giusta si costruisce solo se siamo disposti a non fermarci, ad aprire nuove vie di inclusione e di possibilità, a partire da chi oggi rischia di restare ai margini.
Carisma e responsabilità istituzionale
In che modo il carisma francescano può ispirare oggi non solo la vita spirituale, ma anche la responsabilità sociale e istituzionale?
Il carisma francescano può ispirare oggi la responsabilità sociale e istituzionale perché non riguarda soltanto la vita spirituale, ma il modo stesso di guardare la realtà e, quindi, di costruire le istituzioni. Il carisma francescano chiede alle istituzioni di lasciarsi interrogare dalla realtà concreta delle persone, soprattutto da quelle che rischiano di restare invisibili.
In questo senso la responsabilità istituzionale non può limitarsi all’efficienza o alla buona organizzazione ma deve continuamente misurarsi con una domanda più radicale: chi stiamo lasciando indietro? Quali bisogni non stiamo vedendo? Quali vite non trovano spazio nei nostri modelli?
C’è poi un secondo elemento decisivo, che è quello della fraternità. Per Francesco la fraternità non è un ideale astratto, ma una forma concreta di convivenza, una proposta sociale. E questo, tradotto nelle istituzioni, cambia il modo di esercitare l’autorità, che diventa servizio alla vita.
Ma c’è un terzo passaggio, oggi particolarmente urgente, ed è quello della pace. Per Francesco la pace non è un’idea astratta né un semplice equilibrio da mantenere. Nasce da una trasformazione profonda dello sguardo che sa riconoscere e rispettare l’altro. Francesco non evita l’altro, anche quando è diverso o distante: lo incontra, lo ascolta, gli si avvicina con umiltà. La pace, in questa prospettiva, è sempre relazione che si apre, spazio che si crea tra le persone, possibilità di riconoscersi anche nelle differenze.
Infine il carisma francescano chiede anche alle istituzioni un atteggiamento di conversione continua: non esistono strutture giuste una volta per tutte, ma esiste la capacità di rimettersi in ascolto, di lasciarsi interrogare e di saper cambiare quando la realtà lo chiede.
In questo senso e per queste vie della fraternità, del dialogo e della capacità di stare accanto ai più fragili, il carisma di Francesco è ancora oggi una risorsa pubblica.
Un messaggio per i partecipanti
Mentre ci prepariamo a incontrarci ad Assisi, che cosa vorrebbe che i partecipanti alla conferenza portassero con sé da questo luogo?
Vorrei che ciascun partecipante portasse con sé il valore profondo della vita — di ogni vita umana — e l’inquietudine di sentirsi personalmente responsabile della sua custodia.





